Poesie e Riflessioni di Sebastiano Bosco

In questo piccolo e forse trascurato blog io, che non sono ovviamente Sebastiano Bosco, vorrei semplicemente lasciare per un viaggiatore perso nella rete i pensieri, le riflessioni e le poesie nate in un momento della mia vita, che più di altre volte deciderà cosa e chi sarò. Questo Blog nasce per te, da te, con te, Denise.

Nome: Sebastiano

04 gennaio, 2006

Seduto ad un tavolo.


Seduto ad un solito tavolo,
tra parole scritte e lette,
chiuso in un tempo
che non è degli altri,
aspetto.

Guardo una porta per ore,
la gente che va e viene
e sogno di vederti entrare
e cercare con gli occhi i miei
stanchi.

Senza parole,
di fronte a tutti,
semplicemente stringerci
e sentire, di nuovo, il tuo
profumo.

Aspetterò a quel tavolo, Denise,
per tutta la mia vita,
guarderò quella porta, Denise,
per sempre.
Sarò lì seduto.

28 dicembre, 2005

Anno 2014

Anno 2014

L’uomo uscì dal piccolo appartamento di prima mattina. Si era alzato presto nonostante avesse lavorato tutta la notte ad un racconto di fantascienza e tra una sigaretta e l’altra era giunto alla fine di quella storia solo quando l’alba ormai spuntava e la luce cominciava a filtrare dalle tapparelle abbassate.
Si era fatto una breve doccia calda e poi si era messo a sistemare. Il sabato era il giorno delle pulizie, l’unico baluardo contro il trionfante caos che rischiava di sommergere il piccolo appartamento in cui viveva ormai da anni. Si era imposto forzatamente dei compiti domestici ben precisi: la pulizia del bagno, la sistemazione della cucina, il riordino del letto e soprattutto una consapevole archiviazione dei libri letti, sfogliati e sottolineati durante la settimana.
Al termine di queste settimanali incombenze, restava l’ultima cosa da fare: la spesa.
Fu così che alle nove e un quarto di quello strano sabato mattina uscì di casa e si incamminò verso l’auto posteggiata in strada.
L’uomo era alto, portava degli occhiali da miope che accentuavano quella sua espressione riflessiva e intimista che in molti credevano di leggere nei suoi occhi azzurri. La barba copriva il suo volto, come una sorta di maschera dal colore bruno che un po’ faceva contrasto con i capelli chiari che ormai stavano cominciando a perdersi, rivelando ampie zone del cranio.
L’andatura dinoccolata con cui l’uomo raggiunse la sua auto era veloce e sicura, le mani raccolte nelle tasche laterali del cappotto, l’ampia sciarpa avvolta intorno al collo.
Il cielo era grigio e l’aria fredda, ad ogni respiro l’uomo emetteva una nuvola di vapore che sostava poi languidamente intorno al suo viso prima di perdersi nell’atmosfera.
Ripensò per un attimo al racconto terminato che gli era costato l’ennesima notte insonne, ne fu soddisfatto, soprattutto dal finale emerso improvvisamente nella sua mente mentre sorseggiava la quarta tisana alla vaniglia. Nel cassetto della sua scrivania giacevano ormai impolverati numerosi racconti che mai l’uomo aveva spedito a qualche casa editrice perché li vagliasse per una pubblicazione. Sapeva di non avere la stoffa del narratore e preferiva considerare quelle ore davanti al portatile come un utile e innocuo modo di far passare il tempo. Una volta aveva scritto anche poesie ma erano anni che non ne scriveva anche se a volte si sorprendeva a comporre versi nei momenti più inattesi e impensati: sul tram, mentre cenava da solo davanti ad un piatto fumante di pasta liofilizzata oppure mentre sotto la doccia canticchiava qualche aria lirica.
Aveva collaborato con alcune riviste di fantascienza ma sempre in modo molto saltuario e sporadico, nessuno tra i suoi vicini lo considerava uno scrittore, forse alcuni al massimo uno strambo intellettuale, perso tra i suoi libri.
Salì in macchina, la stessa fedele FIAT che lo accompagnava da molti anni ormai. Accese il motore che in barba ai luoghi comuni si avviò subito, inserì un cd nel lettore si avviò verso il solito centro commerciale affollato per comprare il necessario per la settimana.
Non fu senza sorpresa che scoprì, tuttavia, che il centro commerciale a pochi chilometri da casa sua era chiuso per inventario. Rimase per un attimo fermo, in auto, a fissare la saracinesca che sbarrava l’entrata del tempio del commercio. Pensò di tornare a casa e infilarsi sotto le coperte e al diavolo la spesa ma poi si ricordò della desolazione del suo frigorifero e dell’assoluta necessità di riempirlo con qualcosa, fece così inversione e si diresse ad un altro supermercato.
Nonostante la temperatura non fosse molto alta, quell’anno non era ancora stato benedetto dalla neve e le auto potevano scorrere così ad una velocità sostenuta.
Sapeva che ad una quindicina di chilometri da lì era appena sorto un nuovo centro acquisti e, abbandonandosi alla curiosità consumista, decise di andare a vedere questa nuova meraviglia del commercio.
Arrivarci non fu un problema, molto più complesso fu trovare parcheggio e solo dopo un po’ di giri a vuoto riuscì a sistemare l’auto in uno spiazzo anche se si accorse che il centro commerciale era così lontano da essere quasi un punto all’orizzonte.
Percorse di buona lena il tratto dello sterminato parcheggio che lo separava dall’ingresso e finalmente mise piede nel nuovo tempio del dio denaro.
Fu accolto come sempre dal vociare e dalla confusione della gente che vagava meravigliata tra le vetrine, le luci, le scritte, le promozioni che promettevano felicità e risparmio, sconti e gioia e una vita lunga e serena garantita dalla magica formula del 3x2.
Schivando bambini indemoniati, mamme urlanti e padri rassegnati si incamminò piano verso il supermercato che dominava il centro commerciale.
Un osservatore esterno che avesse visto quella figura procedere a passo lento, capo chino e aria pensierosa si sarebbe certo accorto della differenza con il resto della gente che gli sfrecciava intorno, avrebbe persino potuto notare come quasi il tempo di quell’uomo scorresse più lento rispetto agli altri, simile all’effetto usato dal cinema che inquadra il protagonista e trasforma le persone che lo circondano in un semplice flusso veloce di colori.
Gli venne voglia di fumare ma nonostante le decine di governo passati e le migliaia di leggi modificate e tradite, l’unica che non era mai stata ripensata era quella sul fumo nei locali pubblici.
Si diresse verso un chiosco e ordinò un caffè macchiato che bevve addolcito dallo zucchero di canna e sgattaiolò fuori da una delle porte laterali del centro e si gusto la prima sigaretta del giorno. Aspirò profondamente il fumo, lasciando che la nicotina gli calmasse i nervi tesi dalla mancanza di sonno e dalla fiumana di gente che schiamazzava all’interno del centro. Le spire del fumo azzurrognole salivano placide verso il cielo mentre gli occhi dell’uomo fissavano il paesaggio, oltre l’enorme parcheggio, ancora un po’ nascoste della brume del mattino o forse dallo smog emergevano le montagne, le cime imbiancate e accarezzate dalle nuvole basse.
Sognò ad occhi aperti di trovarsi tra quella solitudine e di perdersi in essa. Si destò e gettò via la sigaretta e con essa le sue fantasticherie e si ributtò nel caos del commercio.
Questa volta era deciso ad affrontare la gente e le code: avrebbe fatto la spesa.
Il destino disattese le sue certezze.
La vide da lontano. In questi casi spesso si dice che non la riconobbe subito e furono necessari alcuni secondi per capire chi fosse, ma in realtà all’uomo non servì neppure un attimo per essere certo che fosse lei.
Non la vedeva da anni, da molti anni e da un preciso giorno non aveva neppure voluto più sapere cosa ne era stata della sua vita. Ora era lì, a pochi passi da lui e sorrideva ad una bambina ridente seduta in un passeggino. L’uomo si fermo, di colpo, fu quasi travolto dalla ressa e di certo fu ricoperto degli insulti di chi era sempre in ritardo.
La fissò per un lungo momento prima che lei si accorgesse di quell’individuo che la stava guardando. Era bella, lo era sempre stata e forse era abituata ad essere guardata da estranei in modo più o meno lascivo ma quella volta c’era qualcosa di diverso in quegli occhi che la fissavano. Smise di sorridere e osservò meglio quell’uomo alto, con la barba, elegante nella postura anche se semplicemente fermo; ne fissò le piccole rughe a fianco degli occhi, i capelli che andavano diradandosi, la mano destra infilata a metà cappotto alla Napoleone e ascoltò la voce profonda dell’uomo mormorare: “Ciao, Denise.”
Solo allora lo riconobbe. In realtà non era cambiato molto, era solo invecchiato un po’ più rapidamente dei suoi quarant’anni ma aveva mantenuto identico il suo atteggiamento non volutamente aristocratico e quell’aria di uno che guarda gli altri con benevola superiorità, come un padre paziente che sopporta le urla dei figli mentre seduto alla poltrona cerca di leggere il giornale.
Rimase ferma, non disse nulla e anche la bambina che prima rideva si mise a fissare quell’uomo apparso all’improvviso che aveva fatto smettere di sorridere la sua mamma.
Quelle tre figure ferme nell’atrio del centro commerciale sembravano quasi una scultura contemporanea posta lì da qualche bizzarro direttore con manie artistiche.
Il tempo a volte scorre in modi strani e personali, passano gli anni senza che si abbia la consapevolezza del trascorrere delle giornate e dei mesi e ci si sveglia poi un mattino e ci si accorge di essere vecchi, altre volte pochi secondi sembrano durare un’eternità, come se il tempo si fosse cristallizzato e avesse decise di non avanzare più, fermandosi lì per sempre, chiuso in quell’attimo.
“Ciao”.
La sua voce era ferma, decisa, non c’era la minima traccia di imbarazzo o sorpresa, era come se stesse salutando un vicino un po’ antipatico che era costretta a vedere tutte le mattine.
L’uomo fece un passo verso di lei, guardò la bambina che era rimasta in silenzio e disse:
“Lei è…?”
La donna non rispose, lo guardò negli occhi e annui. Lui sorrise, per la prima e unica volta. Allungò il braccio verso la piccola che, coraggiosa, strinse tra le sue piccole dita quella mano ossuta e gli sorrise.
“E’ molto bella.”
Lei osservò quella scena, quell’uomo in atteggiamento tenero e dolce verso la sua bambina, nessuno sa cosa lei pensò realmente, il suo viso però per un attimo si addolcì e l’ombra di un sorriso spuntò tra le sue labbra. Stava forse per dire qualcosa quando un altro uomo le arrivò da dietro le spalle e l’abbracciò, mettendole una mano sulla spalla.
“Ciao, cara, tutto bene?”
Un attimo si silenzio.
“Si. Certo… questo signore è un ex collega di mia sorella e ci stava salutando”.
L’altro uomo si presentò. Era il dott. qualcosa. Strano modo di presentarsi dandosi del dottore, forse era un medico, sarebbe stata felice sua madre che aveva sempre avuto una venerazione per i medici. L’uomo era alto, capelli neri folti e viso glabro. La stretta della sua mano era fiacca e un po’ umidiccia e nei suoi occhi c’era un’ombra di dubbio sull’identità di quello strano uomo dal volto pensieroso e triste che gli stava davanti.
“Piacere mio, sono Sebastiano Bosco. Non vorrei disturbare oltremodo, salutatemi la piccola Desirèe. Buon anno”.
Così, senza aggiungere altro, forse un po’ sgarbatamente si allontanò. Dopo qualche passo si voltò ad osservare quelle tre figure che si stavano allontanando. L’uomo stava parlando concitatamente con la donna che rispondeva a monosillabi e sul suo viso c’era tutto il fastidio per quello che sembrava un interrogatorio. L’uomo non ne fu certo ma per un attimo gli parve che la bambina si voltasse dal suo comodo passeggino e gli facesse un piccolo segno con la manina che prima aveva stretto le sue dita ossute. Probabilmente la sua immaginazione di scrittore fallito gli stava giocando uno strano scherzo.
Riprese a camminare.
Dimenticò completamente la spesa che doveva fare ed entrò nella libreria che magicamente gli era apparsa davanti. Si concesse l’ennesimo libro, altro colpo alle sue esigue finanze, e mentre sfogliava le pagine fitte di inchiostro per un attimo ripensò all’incontro che aveva appena avuto.
E sorrise di nuovo.
Per anni si era alzato nel cuore della notte in preda al medesimo incubo angosciante, matido di sudore e tremante, tanto che neppure una sigaretta consumata in pochi tiri riusciva a calmarlo. Sognava sempre una bambina, quella bambina, che lo accusava, piangendo gli gridava il suo disprezzo gli urlava di non averla fatta nascere. Ora era certo che quell’incubo non sarebbe mai più tornato.
Con il libro sotto braccio e con la sua solita camminata un po’ altezzosa si diresse verso l’uscita e raggiunse la macchina.
Mise in moto e tornò nel suo appartamento dove si sedette su una poltrona e si mise a leggere.


14 dicembre, 2005

Sospensione Blog

Questo Blog qui si conclude, mi ha accompagnato per molti giorni e ha condiviso con me emozioni, speranze, dolore, umiliazione, rabbia, felicità, gioia.
Ma ora questo blog deve fermarsi. Deve interrompersi. Non sarà più il mio fedele vessillo con cui al mondo mostrerò la mia lotta. Rimarrà una sgualcita bandiera penzolante dall'ultimo pennone di una torre diroccata, a testimonianza di una passato fausto e glorioso.
Forse un giorno questo Blog prenderà ancora vita e come una sorta di novello Lazzaro continuerà con me il suo cammino. Per ora, tuttavia, qui si ferma.
Salutatelo con me, è stato un buon amico.

Sebastiano

Questa è l’ultima poesia


Questa è l’ultima poesia
Questa è l’ultima poesia,
simulacro di una vita
che percorsa veloce,
al termine si infrange.

Cascata scrosciante,
che eterna creduta,
sgocciola via
lungo una strada deserta.

Quante occasioni,
vanamente sprecate
per essere felice,
per dirti ti amo.

Presuntuosa presunzione,
che il tempo,
fosse, realmente,
infinito.

E ora mi accorgo,
che la fine è vicina
e malinconica,
arriva.

Affannato mi aggrappo
Alla folle speranza,
e gli ultimi attimi
cerco di vivere.

Ma ecco la fine,
le ultime righe,
le vedo vicine,
sul foglio peregrine.

La porta si chiude,
e prima del nero
una volta ancora,
lasciami dire:
Ti amo!

11 dicembre, 2005

Queste sono parole vuote


Queste sono parole vuote

Queste sono parole vuote,
lo scudo con cui freno
l’argine delle emozioni cadente.

Scrivo il nulla
Per credere, stolto,
che vuoto sia il mio animo.

E per un momento mi illudo
Che nessun pensiero
Devasti la mente

Nella folle speranza
Di uno stupido stratagemma
Rifuggo.

Per dare al mondo
Solo il più bello
Tra i miei sorrisi.

Così che si sappia
Che anche nel mio dolore
Tu sei libera.

09 dicembre, 2005

Di Dimenticati Nomi


Di dimenticati nomi
Di dimenticati nomi
I leggeri passi
Lungo rive sabbiose
Di secoli trascorsi.

Aliti silenziosi,
combinazioni di suoni
a dire del singolo
l’assoluto.

Svanisce la volta del cielo
Sommersa dalle vite
Di cui la memoria è persa.
Spente stelle.

Affanni del giorno,
ripetuti negli anni,
lungo un cammino
che esile declina.

Di visi e di sorrisi
Persi nel ricordo
Del ricordo
Di chi pur amava.

L’urlo di oggi,
eco svanita,
nelle valli
dell’oblio del nulla.

Il senso, la ragione
E il dolore della vita,
nel nero del dimenticato
mesto svanisce.

Ripudiare dell’uomo
Il destino,
del nome mio
il buio vicino.

Demente speranza
Tra il pianto dei morenti,
sibillina, nei miei occhi,
piano si fa strada.

Eternare,
il mio nome, folle
strana lotta
tra ferite d’inchiostro.

Portare con me,
nella memoria dei mortali,
con i miei suoni
la mia vita.

E donarti così,
nei sussurri degli amanti futuri,
mia regina,
la vita eterna.


(questa poesia è ispirata dall’opera di Christian Boltanski)

05 dicembre, 2005

Bianco il manto di neve


Bianco il manto di neve
Bianco il manto di neve,
fuori nella città
il cui grigio
si tinge di sera.

Piccolo edificio,
che tra gli alti tetti,
scompare,
quasi sepolto.

Nascosto
scrigno segreto,
geloso custode
del suo tesoro,

Magia improvvisa
D’un cielo nero,
tempo improvviso
di una notte fatata.

E sulla volta,
le ombre cacciate,
i colori esiliati,
ti coglie un sospiro.

Le stelle!
Miriade vorticante,
di mondi che scorrono
in tempi remoti.

Miti dipinti
Su una tela infinita,
storie scolpite
in un libro perenne.

Gli occhi smarriti
A rincorrere le luci,
ad abbracciare ogni cosa,
quasi bambini.

Baratro del pensiero,
il fermarsi a capire
l’origine, la fine il senso
di un universo stellato.

Allora mi volto,
e silenzioso ti osservo
e tutto mi è chiaro
d’un sole splendente.

Il senso cercato,
negli anni insabbiati,
riposa sincero
tra le tue mani.

Stringi le dita,
dammi la mano
lasciami dire:
ti…!

02 dicembre, 2005

Scarnificazione dell’Espressione


Scarnificazione dell’Espressione

Scarnificazione dell’espressione
Fino alla parola,
Simbologia solitaria
Di un’emozione.

Gli impietosi scalpelli
Danzano crudeli
Sulla superficie lorda
Di empie costruzioni.

Cascate ridondanti
Di suoni e tratti,
cacofoniche urla
del non sentire.

Cumuli enormi
Di urlanti sordità
Sommergono morente
La perla lucente.

Che sia la poesia,
finale falciatrice
a spazzar via
della prosa la lordura.

Profondamente,
crudele,
nelle carni dl dire vano
impietosa induce.

Lardo colante
Delle viscide frasi
Di un’incomprensione:
umano destino.

Caldi schizzi
Da ferite inferte
Al periodar vile
Di risposti monologhi.

E solo allora
Tra i putridi resti
Del discorso,
devastato.

Bianco e lucente,
sorgerà silente
il singolo suono
che finalmente dice.

Il mio animo
In esso compreso,
perfetta eterna
significazione.